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Mose, sì all’Authority senza la Regione

VENEZIA. Il Mose alla Regione? Mai e poi mai, massima prudenza. Eppure la gestione della laguna di Venezia rientra nelle 23 materie che la Regione vuole ottenere dallo Stato, con il negoziato che partirà giovedì prossimo. L’articolo 29 della legge 43 approvata dal consiglio regionale e spedita a Roma al sottosegretario Gianclaudio Bressa fa esplicito riferimento alla «gestione del demanio marittimo della laguna di Venezia» e chiede che le funzioni già esercitate dal Magistrato alle Acque siano trasferite alla regione del Veneto, a partire dalla salvaguardia di Venezia regolata dalla legge 171 del 1973.

Insomma, addio al “Comitatone” romano voluto dal ministro Prandini, la giunta Zaia rivendica la sovranità assoluta sul porto, sulla laguna e sul demanio senza mai citare la parola Mose. Scaramanzia? Forse. Meglio dire: prudenza assoluta. Ci mancherebbe altro. Dopo la retata del 4 giugno 2014 con l’ex governatore Galan, l’ex assessore Chisso e l’ex consigliere Marchese nella polvere con altri 30 big, la gestione degli appalti del Mose è finita sul tavolo di Raffaele Cantone che ha imposto il cambio di rotta. Via i mercanti dal tempio e cambio della guardia al Cvn: tutti a casa e spazio ai commissari.

Il tema centrale resta quello delle risorse per completare e gestire la complessa macchina nascosta nella laguna a Punta Sabbioni, Malamocco e Chioggia, ma qualche giorno fa in consiglio regionale Luca Zaia ha bloccato un ordine del giorno che puntava a coinvolgere la Regione nell’Authority pubblica per la gestione del sistema delle paratoie lagunari.

A sollevare la questione il gruppo Pd, con il veneziano Bruno Pigozzo in cabina di regia. Dopo aver fatto riferimento all’articolo 29 del Pdls 43, Pigozzo ha descritto con la perizia di un ingegnere il sistema idraulico, con le barriere mobili nelle tre bocche di porto e la “cabina di regia” all’Arsenale. Forse un vero azzardo indicare nel 2018 l’entrata in funzione delle barriere idrauliche, mentre sembra verosimile la spesa di manutenzione: «90-100 milioni di euro l’anno, una cifra molto rilevante che richiede la garanzia di un finanziamento costante».

Bruno Pigozzo, uomo educato e pacifico, ha persino delineato la governance: una «Società di gestione di diritto pubblico partecipata da Mit (ministero infrastrutture); Città metropolitana di Venezia e Regione Veneto. Una “Authority” cui trasferire le strutture dell’ex Magistrato alle Acque (Mav) con i relativi laboratori antinquinamento, il centro sperimentale di Voltabarozzo a Padova e il centro previsione maree del comune veneziano. Una rivoluzione.

Pigozzo ha parlato con pacatezza e proprio in quell’attimo è entrato in aula Luca Zaia, che ha liquidato la vicenda con due battute: fermi tutti, è presto per affrontare la questione, la gestione del Mose rischia di costarci 30 milioni l’anno. Non ne voglio sapere, ha detto. «La Regione è pronta ad entrare nella società pubblica ma non a contribuire alle spese di gestione». E poi via con i 9/10 di tasse da chiedere al governo sul modello Bolzano.

Capitolo chiuso? Pare di no. Bruno Pigozzo riproporrà la questione appena si parlerà di bilancio nel Def, ma Zaia è sempre stato scettico se non contrario al sistema delle paratoie in laguna, anche se con posizioni meno energiche di quelle dell’ex sindaco Cacciari. Resta un dubbio: come si può chiedere la gestione della laguna allo Stato per tornare ai fasti della Serenissima senza il Mose?

Fonte: nuovavenezia.gelocal.it